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Mi sono sentita un po' nonno Nanni, oggi. Perché il nonno Nanni ogni primavera riverniciava le imposte della casa sul lago, di verde. Dapprincipio era un signorile colore scuro, il sobrio e novecentesco verde vagone di tutte le case che si affacciano su tutti i laghi. Poi però la sua scelta ha deviato man mano verso tonalità sempre più squillanti. Forse man mano che gli calava la vista aveva bisogno di colori più accesi, o forse semplicemente gli era virato il gusto sul vispo e lo sgargiante. Negli ultimi anni le imposte dopo essere passate dall'erba al veronese allo smeraldo erano di un abbacinante verde menta, che inorridiva nonna mamma e zia e piaceva moltissimo a noi bambini perché veniva voglia di leccarle come un ghiacciolo, così lustre. Ma il fatto è che il nonno una volta dipinte le imposte non si fermava. Dal momento che di vernice ne era avanzata, col pennello e il barattolo in mano colorava di verde tutto quanto gli sembrasse bisognoso di una rinfrescata. O anche solo quello che per combinazione si trovava lì nei pressi. La ringhiera del terrazzo, i montanti del pergolato, il balconcino. Ma anche il corrimano delle scale, il sostegno dell'antenna tv e anche un po' l'antenna, il grosso. La panchina sotto il tasso, lo stendibiancheria della nonna, l'altalena, il tavolino del caffè, il monopattino, il rubinetto della canna, una vecchia brocca di alluminio, il cancello, il campanello, la serratura e la chiave. Così oggi, dopo aver verniciato il muro del bancone della cucina ho guardato il barattolo e ho visto che di vernice ce n'era ancora parecchia. E ho verniciato il calorifero della cucina, che era lì a un passo. Poi quello del soggiorno, appena più in là, e poi l'altro dell'ingresso che se no si vedeva la differenza. E le relative finestre con gli infissi, che a quel punto stonavano, con il resto così bello bianco. Mentre in cima alla scala mi allungavo come un serpente per arrivare allo stipite in alto senza cadere giù in cortile pensavo che l'esercizio serve, e anche la ginnastica e il tango, perché sono molto più capace di distribuire i pesi e di organizzarmi l'equilibrio. E quasi non mi fa più paura la scala, e forse un giorno mi passeranno anche le vertigini e potrò andare in montagna anche su quelle alte. Mentre verniciavo il calorifero della cucina accucciata sui talloni pensavo alle banche, e perché diavolo una volta accertato che sei in grado di renderli e essersi procurati ogni garanzia che lo farai, ti devono chiedere per cosa userai i soldi che ti prestano. Che nemmeno la zia Carla riteneva necessario saperlo, quando mi allungava la mancetta. Che se dici che devi comprare un'automobile va bene, se vuoi comprare una macchina volante di fil di ferro garza e piume non va, come se le macchine volanti fossero di per sé segno di insolvibilità, parecchio più di un Suv. Mentre passavo il pennello sul'anta sinistra pensavo al dono di un germoglio di patata e di un vaso con un cespo di violette di bosco, bianche. Mentre dipingevo lo stipite destro schiacciando bene il pennello poi sempre più leggero pensavo che nonostante il giornale stavo sgocciolando in giro e che proprio non c'è modo, per quanto si stia attenti, quando si fa qualcosa di non fare almeno un po' di danno, e che qualsiasi cosa tu faccia poi devi un po' sistemare e ripulire, almeno un po'. Mentre mi concentravo sui dettagli della finestra, proprio vicino al vetro, pensavo a com'è cattivo Tom Waits quando dice Don't care to miss me, I never remebre the names, e ho fatto ripartire la canzone. Ho macchiato di bianco il tastino, ma ci penserò poi. Mentre andavo via bene, la vernice diluita al punto perfettamente giusto, sull'infisso sinistro, pensavo ai gelati, ai pistacchi turchi e alle mandorle, e ai mandorli, ai diagrammi di flusso e ai colori delle spezie. Mentre ritoccavo il bordo in basso pensavo che la prossima volta che di notte ti affaccerai a questa finestra, come ieri, sarà tutta lustra e bianca. Che bello. Mentre rifinivo con pennellate lente e precise l'intorno della maniglia pensavo che devo ancora fare tutto il cambio di stagione e che ogni volta trabocco di contentezza quando è ora dei vestiti dell'estate e che tra una cosa e l'altra devo stirare quaranta metri cubi di biancheria assortita, ma non adesso. Mentre mescolavo l'acquaragia che c'è scritto che è inodore e non lo è affatto, ma comunque sa un po' di pino e mi piace, pensavo se bastavano le sigarette per arrivare a quando dopo aver finito tutto ed essermi lavata e tolta anche quelle due grosse gocce dai capelli avrei potuto, presentabile, scendere a comprarle e ho stabilito che sì. Mentre mi affacciavo pericolosamente per verniciare il punto più esterno, in alto, pensavo che avevo il sole negli occhi, e che non bisognerebbe mai accingersi a qualcosa quando si è abbagliati, ma è così tanto bello che magari fare senza vedere con precisione i contorni e i confini perché un po' tutto ti sfolgora intorno, forse viene anche meglio, chissà. Poi è finita la vernice. E sono andata a bere del vino bianco sul terrazzo.

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