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La mie sono arti di battaglia. Mie sono le millenarie ripetute guerre di occhio e lama per conquistare un territorio palmo a palmo, mio il rischio di finire, ogni volta, con la gola squarciata nella gloria buia di un fosso, miei sono gli arcani geometrici dei corpo a corpo vischiosi di tensione e di sudore, mie le esauste vittorie che lascian sulla lingua lunghe bave di sconfitta. Son morto in mille scontri, nel cozzo violento che non lascia scampo mille volte ho saputo com'è il buio, e mille volte son tornato zoppicando, lasciando me morto sul campo, tra i relitti. Ho sempre saputo come dominare torme di uomini, tutti diversi e tutti da tenere in pugno, che se non li tieni sono loro, che un attimo prima ti avrebbero seguito oltre l'inferno, loro a massacrarti, se solo fai uno sbaglio. Ho saputo e voluto combattere contro me, contro il mio corpo stesso che mi ordinava di fuggire, e la fierezza di essermi vinto non ho permesso a nessuno dei miei nemici di vederla. Mia è la cruda verità del tagliare i ponti, dell'avvelenare i pozzi, la lacerata gioia del non poter tornare indietro. Mia è la sapienza della ritirata, dell'attesa che non è una resa ma il taglio gelato che aspetta, tamponandosi il sangue, la vendetta. Sono mie e soltanto mie le arti della guerra, del piegare con un solo sguardo chi è certo e tronfio di averti conquistato, mio il potere della schiavitù e della preda. Mie da sempre spada e ferita, corazza e piaga, pugnale affondato nelle viscere e fiotto di gioia insostenibile. Sono mie le battaglie, è mio il sarcasmo del fate l'amore e non la guerra, mio sotto i platani del viale, io che mi chiamavo Marte e ora, se hai il coraggio, son Martiñha. La caduta degli dei viene da qui

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